Se il mito scalza la realtà. L’importanza dell’equilibrio tra pulsioni e ragione

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Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Recensione a
M. Panarari, Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi

Marsilio, Venezia 2018, pp. 155, € 12.
10.5281/zenodo.3534474     

 I diritti livellatori della generosa ispirazione democratica si sono tramutati, da aspirazioni ideali, in appetiti e presunzioni inconsce (Ortega y Gasset)

L’uomo è un essere razionale, ma non può fare a meno di assecondare, almeno talvolta e almeno in parte, le proprie passioni, i propri ardenti desideri, i propri slanci momentanei. Proprio intorno a questo connubio tra ragione-passione si gioca larga parte della vita politica di una comunità. Non vi può essere, infatti, un individuo completamente ed eternamente razionale, così come un suo alter ego totalmente pulsionale. Nel primo caso verrebbe meno probabilmente lo stesso afflato vitale di una persona, con negative ricadute sulla comunità (o sulle comunità) di cui fa parte, imbolsendola; nel secondo, al contrario, è verosimile si cagionerebbe la degradazione integrale di una civiltà costruita – non nel senso di un progetto intenzionale, ma come frutto di un lento processo cumulativo, faticoso e accidentato. In altri termini, estremizzando un po’, il conflitto che ne deriva è quello tra realtà e mito o, se si preferisce, tra “essere” e “dover essere”.

Nel mondo occidentale, come è facilmente intuibile, il primo riferimento che viene in mente quando si parla di lotta tra realtà e mito riguarda il regime politico che maggiormente lo rappresenta: la democrazia. Evidentemente, anche due categorie etico-politiche imprescindibili come libertà ed eguaglianza attraversano siffatta tensione. Tuttavia, il concetto che più di tutti subisce strattoni da una parte e dall’altra è quello sopradetto. Utile per (provare a) fare un po’ di chiarezza intorno ad esso, ma non solo, è il saggio di Massimiliano Panarari Uno non vale uno, con il calzante sottotitolo Democrazia diretta e altri miti d’oggi (Marsilio, 2018). Quello che a detta dell’Autore si prefigge di essere un agile “dizionario dei luoghi comuni” si muove attraverso una breve analisi critica di cinque elementi profondamente legati: “popolo”, “autenticità”, “tecnologia”, “disintermediazione” e quello che in qualche modo fa la sintesi dei precedenti, ovvero “democrazia diretta”.

Come scriveva Giovanni Sartori nel libro che può essere considerato forse il più brillante sul tema democratico del secolo scorso, Democrazia e definizioni, «ora una cosa è riassumere la nostra civiltà etico-politica nello stenogramma “democrazia”, e un’altra è restare abbacinati dal vocabolo. Abbreviare è una cosa, semplificare un’altra. Non è la brevità delle formule semplicistiche che le rende erronee: è il fatto che dietro a quella laconicità non c’è niente, c’è il vuoto. E, nel nostro caso, c’è la cancellazione di duemila e cinquecento anni di prove ed errori, di innovazioni e di conservazioni e di aggiunzioni. Purtroppo dall’abbreviazione come espediente di comodo all’abbreviazione come fatto di povertà mentale e peccato intellettivo, il passo è breve. E perciò, se non vogliamo vendere la nostra primogenitura per un piatto di lenticchie, bisogna avere la pazienza di tornare a colmare i vuoti: vale a dire di rimettere in esplicito tutto ciò che – nel dire soltanto democrazia – non è detto ma solo sottointeso». Il significato etimologico del termine, secondo cui il kratos appartiene legittimamente al demos che dunque lo deve esercitare, ha condotto e continua a condurre miriadi di persone alla sua errata interpretazione. Anche in virtù della presunzione dell’“uomo-massa” di poter capire tutto ciò che il reale, astratto o concreto che sia, presenta, il regime politico democratico subisce oggi maggiori pericoli di quanti non ne subisse in passato.

Il periodo “populista” che si sta vivendo attualmente, dopo tutto, è contrassegnato proprio da quella che Ortega ha definito “ribellione delle masse” e che si configura anche come rigetto per qualsiasi tipo di autorità esterno all’individuo. Oltre a ciò, la nostra è l’età della semplificazione. In altre parole, i problemi, le questioni, le complessità non sono in realtà tali, bensì essenzialmente riducibili a risposte semplici e immediate, comprensibili a tutte le menti senza alcun tipo di sforzo.

L’idea della democrazia diretta attrae proprio perché fa pensare che il popolo, avvolto da un’aura tanto mistica quanto vaga e impalpabile, finalmente possa tornare padrone del proprio destino, mediante la disintermediazione totale rispetto ai filtri su cui un regime costituzional-pluralistico giocoforza è imperniato. La rete e dei social network possono, sì, aiutare a reperire informazioni, ma possono anche inebetire e irretire. Sartori in Homo videns notava che «anche se i poveri di mente e di spirito sono sempre esistiti, la differenza è che in passato non contavano – erano neutralizzati dalla loro dispersione – mentre oggi si rintracciano e, collegandosi, si moltiplicano e potenziano». Con l’ausilio dei social media l’individuo “narcisista” ritiene di poter contare esclusivamente sulle proprie forze per capire il mondo, per svelare la complessità che, in fin dei conti, non è poi così intricata. A dir la verità, la democrazia con la sua carica egualitaria, se non frenata dai limiti liberali ad essa posti, contiene già in sé i germi che danno vita all’individuo illimitato che richiede una democrazia illimitata, diretta e disintermediata. In altre parole, la democrazia alleva l’orizzontalizzazione e questa è una minaccia, poiché erode quelle naturali aristocrazie di cui una società equilibrata e prospera abbisogna.

Come scrive Tom Nichols in La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, «viviamo in tempi pericolosi. Mai tante persone hanno avuto accesso a tanta conoscenza e tuttavia hanno esercitato tanta resistenza all’apprendimento di qualsiasi cosa». Per dirla con Ortega, «è il diritto a non aver ragione, la ragione della non-ragione» che contraddistingue la contemporaneità politica. E questo rappresenta il sovvertimento della logica di una società matura: una democrazia liberale si fonda sulla divisione del lavoro, e quindi anche sulla divisione (e sulla diseguaglianza) del sapere. Il narcisismo iper-democratico, però, essendo fondamentalmente fondato sull’orizzontalità assoluta, non tollera tutto questo. Come ben evidenzia Panarari, «nella postmodernità dell’ “individualismo illimitato” e dell’Io a caccia della promessa autorealizzazione, l’invidia si è appropriata del narcisismo, vero metro della nostra società». L’individuo non può degenerare in animale “social”, ma deve ritornare conscio della sua radicale dipendenza dall’altro, ovvero della socialità che lo contraddistingue nel profondo.

Il problema fondamentale, allora, è riscoprire il vero individualismo che, con le parole di Ludwig von Mises, «è una filosofia della cooperazione sociale e della progressiva intensificazione dei legami sociali». Attraverso di esso, si può tornare padroni della realtà e consapevoli della effettiva consistenza e validità delle istituzioni che formano le società avanzate. Abdicare al senso di realtà e di razionalità, cedere alle lusinghe di adulatori che vellicano pulsioni e passioni smodate e apparentemente facili da ottenere, è un cattivo servizio fatto all’idea stessa di homo sapiens che sa riconoscere la propria ignoranza e la propria dipendenza dal prossimo. Come scrisse Johan Huizinga, «quando in un’unica civiltà, che nel corso di molti secoli si è innalzata a chiarezza e nitidezza di pensiero e d concetto, il magico e il fantastico vengono su, oscurando la ragione, tra un fumacchio di istinti in ebollizione; quando il mito scaccia il logos e ne prende il posto, allora siamo alla soglia della barbarie».

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