Stato, tassazione e tirannia. Quando la servitù è volontaria

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Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Recensione a
N. Porro, Le tasse invisibili. L’inganno di stato che toglie a tutti per dare a pochi
La nave di Teseo, Milano 2019, pp. 205, €17,00.

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Spesso gli uomini perdono la libertà perché ingannati,
talvolta perché sedotti da altri,
ancora più sovente perché si ingannano da sé.

-Étienne de La Boétie-

«Se qualcuno, oltre allo stato, si decidesse a imporre tasse, ciò verrebbe chiaramente considerato un atto di coercizione o di malcelato banditismo. Tuttavia, gli abiti mistici della “sovranità” hanno nascosto così bene questo processo che soltanto i libertari sono pronti a chiamare la tassazione con il termine che le è proprio: furto legalizzato e organizzato su scala gigantesca». Questa fu la mordace e sferzante critica che Murray Rothbard, principale esponente del libertarismo del secondo Novecento, mosse a uno dei totem delle democrazie avanzate, ovvero la tassazione. Se poi consideriamo ciò che scrisse Lysander Spooner, il quadro è ancora più esplosivo: «Il fatto è che il governo, come un brigante, intima all’individuo: La borsa o la vita. E molte tasse, se non tutte, vengono pagate dietro tale minaccia. In realtà il governo non assalta un uomo in un luogo solitario, non gli si lancia addosso dall’angolo di una strada e non gli vuota le tasche puntandogli una pistola alla testa. Ma non per questo la rapina è meno rapina; ed è molto più vergognosa e vigliacca».

In ogni caso, come molti altri miti politici – su tutti il principio della “sovranità popolare” – anche la tassazione è pressoché intoccabile. Dopo tutto, le tasse servono per ridurre le diseguaglianze, fornire servizi ritenuti indispensabili e ineliminabili, produrre beni pubblici e, in definitiva, sono lo strumento per implementare la “giustizia sociale”. Tuttavia, si ricorda di rado che il pubblico non gode di beni propri, bensì li estrae coercitivamente dalla società. E, senza riportare la critica hayekiana al concetto di “giustizia sociale”, vale almeno la pena ricordare la lezione di Bertrand de Jouvenel sull’inganno della redistribuzione, la quale, «in realtà è una redistribuzione di potere dall’individuo allo Stato, piuttosto che una redistribuzione di reddito dal più ricco al più povero». Insomma, le tasse non sono poi così piacevoli, giacché, in definitiva, dovrebbero sì, almeno teoricamente, essere il prezzo per un servizio di cui si fruisce – ma siamo davvero in grado di valutare quanto spendiamo in cambio di quanto otteniamo? –, ma sovente diventano anche un pretesto per ingigantire la macchina statale, alimentare le burocrazie e per assistere non chi davvero ne ha bisogno, ma chi, vuoi per pigrizia vuoi per ingordigia, suole vivere alle spalle degli altri, ivi compresa la politica.

Se poi, alla tassazione si aggiungono motivazioni etiche, di stampo ambientalista o volte ad emendare i vizi delle persone, allora è anche peggio. A tutto questo Nicola Porro ha dedicato un caustico saggio, il quale fa seguito a quello già pubblicato qualche tempo fa sulla disuguaglianza (Perché la disuguaglianza fa bene. Manuale di sopravvivenza per un liberista, La nave di Teseo, 2016). Il vicedirettore de “Il Giornale” in Le tasse invisibili. L’inganno di stato che toglie a tutti per dare a pochi (La nave di Teseo, 2019, € 17), oltre a fornire diversi esempi di tasse camuffate (come definire, ad esempio, il “prestito forzoso”? Con le parole di Porro, «lo stato pretende i nostri quattrini, ma fa finta che siamo noi a prestarglieli. A casa nostra un prestito non è mai forzoso, soltanto un furto lo è»), ci mostra come la tassazione (limitata e contenuta) ha deviato dal suo originario scopo, cioè a dire essere il (modico) prezzo per una serie di (pochi) servizi che lo stato doveva fornire ai suoi cittadini. Salendo sulle spalle di Francesco Ferrara, insigne economista dell’Ottocento, l’Autore ci ricorda che «l’imposta, nel suo puro significato, non sarebbe né un sacrificio propriamente detto né una violenza esercitata su chi la paga da un potere superiore: sarebbe piuttosto il prezzo, e un tenuissimo prezzo, di tutti i grandi vantaggi che a ciascheduno di noi lo stato sociale, lo stato organizzato presenta». Il problema sorge quando le tasse si moltiplicano in modo incontrollabile, mascherandosi da “contributi” impregnati di carica etica («L’imposizione fiscale si è adeguata ai tempi e alle mode: oggi la tassa è buona, politicamente corretta, biologica e verde», riporta il Nostro) e imbrigliano la vitalità di una società. E così, come scrive Porro, «viviamo in un complesso intreccio di soggezione verso uno stato che è nato al nostro servizio, e per il quale invece siamo finiti al suo servizio». Dopo tutto, se il “virus fiscale” ha mutato parzialmente le sue sembianze col trascorrere del tempo, esso, per contro, «ha mantenuto la sua caratteristica di spostare risorse dal privato al collettivo».

Il tratto che dovrebbe destare maggiore preoccupazione è proprio la facilità con cui la vecchia ideologia statalista riesca a farsi strada per mezzo dell’ausilio della cittadinanza medesima, magari convinta che le tasse riguardino sempre e solo gli altri, oppure che, attraverso la tassazione, si ottengano più benefici (in termini di servizi erogati) di quanto vi si contribuisca per generarli. Come considerare, ad esempio, quella che è a tutti gli effetti una tassa “buona”, ovvero l’introduzione obbligatoria di un apparecchio di allarme che segnala ai genitori di aver lasciato il bebè in macchina? «Un tempo – scrive l’Autore – i socialisti volevano statalizzare anche la bottega del barbiere. Oggi gli statalisti non osano più tanto: sanno che l’economia pianificata ha fallito. Si sono convertiti a statalizzare il rischio, la nostra imprudenza» (sic!).

Quale è il risultato di tutto questo? In primo luogo, ciò comporta la perdita della libertà. Infatti, il rischio è naturalmente connesso ad essa e, se non si è disposti a sopportarlo, allora non si potrà nemmeno sopportare la fatica di vivere liberi. Come scritto da Étienne de La Boétie, «sono dunque i popoli stessi che si lasciano incatenare, perché se smettessero di servire sarebbero liberi. È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo, che potendo scegliere tra servitù e libertà, rifiuta la sua indipendenza e si sottomette al giogo; che acconsente al proprio male, anzi lo persegue». In secondo luogo, ci si dimentica troppo spesso che, pagando le tasse, si ottengono dei servizi – anche se, come detto, risulta poi assai difficilmente verificabile il loro rapporto con quanto si è speso per produrli – ma, al contempo, si perde la capacità di responsabilizzare le proprie azioni e di maturare quel necessario autocontrollo per vivere in modo maturo. Insomma, la tassazione e lo stato assistenziale potrebbero anche essere visti come i sommi allevatori di individui puerili, stanchi e imbolsiti, senza contare l’erosione di tutte quelle forze intermedie e pre-politiche portatrici di solidarietà. Come scrisse Kenneth Minogue, infatti, «l’essenza della mente servile è la disponibilità ad accettare direttive esterne in cambio della rimozione dell’onere di esercitare una serie di virtù come la parsimonia, l’autocontrollo, la prudenza e la stessa civiltà».

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