The Elephant Man di David Lynch: i quarant’anni di un capolavoro senza tempo

Lorenzo Paudice (1975) si è laureato in Filosofia presso l’Ateneo fiorentino nel 2002, discutendo la tesi La questione del valore in bioetica. Dal luglio 2004 al settembre 2010 ha collaborato con la SISMEL – FEF (Società Internazionale per lo Studio del Medio Evo Latino – Fondazione Ezio Franceschini) alla redazione centrale per la realizzazione di Medioevo latino. Bollettino bibliografico della cultura europea da Boezio a Erasmo (sec. VI-VII). Nell’a.a. 2015-2016 è stato Docente Incaricato di Storia della Filosofia Antica presso la Facoltà Teologica “San Gregorio Magno” del Monastero Ortodosso di San Serafino di Sarov presso la facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Firenze. Attualmente è impegnato in un personale lavoro di ricerca e approfondimento storico-teorico del pensiero di L. Wittgenstein e dei maggiori esponenti novecenteschi dell’ordinary language philosophy (in particolare G. Ryle e J.L. Austin).

The Elephant Man di David Lynch: i quarant’anni di un capolavoro senza tempo

Ad otto lustri esatti dall’uscita torna nelle sale, rimasterizzato in 4k, il film capolavoro di David Lynch The Elephant Man: ispirato alle memorie del chirurgo Frederick Treves ed al saggio The Elephant Man: A Study in Human Dignity di Ashley Montagu. Questo ormai classico biopic narra la vicenda tragica e toccante di Joseph “John” Merrick (1862-1890), noto appunto in età vittoriana come “l’uomo elefante” per le numerose, gravissime deformità causategli da una rara e misteriosa patologia congenita (forse neurofibromatosi, forse Sindrome di Proteo).

Treves fu il medico che scoprì Merrick in uno squallido baraccone da fiera e ne curò il ricovero all’ospedale di Whitechapel – il futuro Royal London Hospital – garantendogli un’esistenza dignitosa per il resto dei suoi giorni. Con il suo animo da gentleman Merrick conquistò l’alta società londinese (inclusa la stessa regina Vittoria) divenendone presto il beniamino, ma ciò non lo pose del tutto al riparo dalla crudeltà umana. Nel film lo impersona uno straordinario John Hurt, irriconoscibile sotto il trucco; Anthony Hopkins – quasi sconosciuto al grande pubblico – è Treves. Freddie Jones interpreta Bytes, l’odioso e brutale imbonitore “proprietario” di Merrick, Sir John Gielgud il severo ma benevolo direttore dell’ospedale, Wendy Hiller la caporeparto Madre Shead, Anne Bancroft l’attrice Madge Kendal che dedica a Merrick uno dei suoi spettacoli dopo avergli fatto omaggio di una copia di Romeo e Giulietta. Un cast stellare ed all british – ad eccezione della Bancroft – per un regista statunitense semiesordiente, autore solo di qualche corto sperimentale e di un horror surrealista in bianco e nero, il bizzarro e sconvolgente Eraserhead, non a caso imperniato sui temi dell’abnorme e del mostruoso: pare sia stata proprio la sua visione a folgorare Mel Brooks (sì, quello di Frankenstein Junior…), persuadendolo a raccomandare Lynch – “Sei matto, ma mi piaci!” – per la regia del nuovo progetto, senza però voler figurare nei credits come produttore onde evitare che il pubblico scambiasse la pellicola per una commedia.

In effetti, lo si è ripetuto sin troppe volte, The Elephant Man rimane il film più mainstream e “hollywoodiano” che il cineasta di Missoula abbia mai diretto; e nondimeno resta anche un’opera profondamente personale, pervasa della sua sensibilità e del suo genio visionario. L’intuizione fondamentale di Lynch è anzitutto quella di usare ancora una volta il bianco e nero, per restituire con immediatezza l’atmosfera vittoriana. La splendida, raffinatissima fotografia di Freddie Francis è ciò che più contribuisce a fare di The Elephant Man un film in qualche modo fuori dal tempo, che potrebbe essere stato girato benissimo negli anni Cinquanta o Sessanta. Un secondo motivo pienamente lynchiano della pellicola è la sua ambientazione industriale: anche in questo caso è evidente la continuità con Eraserhead, le sue fabbriche diroccate e le sue ciminiere fumose. Lynch dichiarerà in un’intervista di essere stato colpito dall’analogia tra le deflagrazioni e i miasmi della Londra ottocentesca, da un lato, dall’altro le escrescenze tumorali sul corpo e sul volto di Merrick. Dovette inoltre penare non poco per convincere produttori e collaboratori a mantenere le bellissime sequenze oniriche del prologo e dell’epilogo, così tipiche del suo stile e della sua poetica. Ma è la storia stessa di questo “mostro” dall’animo nobile e meraviglioso, tanto simile ad una fiaba moderna, a stregare Lynch – anche cosceneggiatore – quando legge lo script originariamente predisposto da Christopher De Vore ed Eric Bergren.

A onor del vero, il film romanza abbondantemente la biografia storica di Merrick a fini drammatici: il personaggio di Bytes è del tutto fittizio, al pari del rapimento di John dall’ospedale e della sua liberazione, in Belgio, ad opera degli altri freaks. Aderente al racconto di Treves è invece la straziante scena finale della morte di Merrick, quando egli – ormai condannato dalla suo malattia – decide di dormire disteso come un essere umano “normale”, pur sapendo che il peso del suo cranio lo soffocherà. Lynch curò personalmente gli effetti sonori e le musiche, inserendo qui lo struggente Adagio per archi di Samuel Barber, reso celebre anni dopo da Platoon di Oliver Stone.

Checché ne dica qualche critico The Elephant Man è un film triste, a tratti angosciante, ma non “strappalacrime”: è evitato ogni facile eccesso melò e qua e là c’è posto persino per qualche notazione umoristica (ad es. nella scena in cui Merrick attribuisce il tremore di uno dei suoi ospiti, visibilmente intimorito, agli spifferi che entrano dalla finestra). A rattristarci ed angosciarci è semmai l’impietosa lucidità con la quale il regista illumina l’autentica mostruosità umana, la malvagità e l’abiezione morale di cui riusciamo a renderci colpevoli nei confronti dei nostri simili. Esemplare, a questo riguardo, la suspense della prima parte del film, che rivela solo gradualmente l’aspetto fisico di Merrick, rendendoci in qualche modo compartecipi del senso di orrore e ripugnanza che i contemporanei dovettero inizialmente provare per lui; salvo poi ribaltare la prospettiva nella seconda parte, dove ad apparirci mostruoso non è più l’Uomo Elefante, ma chi lo umilia e lo sevizia per avidità o per puro sadismo.

Uno snodo narrativo cruciale è quello in cui anche Treves (a seguito di un rimprovero mossogli da Madre Shead) inizia a domandarsi se lui stesso sia poi così diverso da Byte nell’“esibire” Merrick nei salotti londinesi, dopo averlo sottoposto come caso clinico all’attenzione dei suoi colleghi medici. Da un certo punto di vista, Merrick resterà sempre un fenomeno da baraccone, un outsider accettato ma non integrato nella società. Ben otto candidature (Miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, migliore sceneggiatura non originale, migliori costumi, migliore scenografia, miglior montaggio, migliore colonna sonora) ma neppure una statuetta agli Oscar 1981: uno scandalo che grida ancora vendetta.

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